Excerpt for Miku by , available in its entirety at Smashwords

MIKU


di Marco Codognotto

Copyright 2017 by Marco Codognotto

Smashwords Edition


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Ogni riferimento a persone è puramente casuale



INDICE


MATTINO


7:30

8:06

8:30

8:52

9:29


POMERIGGIO


12:00

12:22


Nota di chiusura



NOTA SULLA PRONUNCIA:


La lettera N seguita da G ha una pronuncia velare. Nel pronunciare tale suono il dorso della lingua si porta a contatto con il velo del palato.

MATTINO


7:30


Aaah. Finalmente a Ningbo1. Un bel respiro... fatto. Che luce, che sole! Mi sembra una città nuova: me la ricordavo più grigia, scura. Destra, sinistra, non so dove andare. Dove vado? Cosa faccio? Devo andare dalla nonna. No. Non subito. Che bella giornata! Ricordi... Negozi. Persone. Tian Feng Ta2. Cheng Huang Miao3. Yue Hu4. Voglio vederli tutti. Divorarli. Ricordi... Sono pronta? Vediamo... Borsa, trolley. Tasca sinistra, portamonete. Tasca destra, penna, notes, cellulare. C’è tutto. Midori...


“Sei pronta, Midori?”

“Miaaou...”


Starà più comoda fuori dal cestino. Pericoli non ce ne sono... spero. Apro la gabbia... così.


“Pronta, Midori? Stammi sempre vicino. Andiamo!”


Che belle aiole, che belle piante colorate! Azalee rosa, campanelle bianche. Inspiro: che profumo! Così delicato... Ricordo mia madre, il suo giardino, le sue mani, le dita lunghe e affusolate, quei guantini di stoffa a fiorellini... Avrebbe voluto che imparassi giardinaggio, e invece... Sono appena arrivata a Ningbo e già mi mancano i colori della campagna di Kiwa, le risaie, specchi d’acqua che riflettono il cielo. Anche qui in Cina vi saranno tante risaie come in Giappone.

Dove vado adesso? Tian Feng Ta. Andrò a Tian Feng Ta. La grande torre di Ningbo. Non ho voglia di prendere il bus. Spero di ricordarmi la strada.. Vediamo... Attraverserò lì, poi andrò dritta un poco, poi costeggerò il Lago Yue in giù e a sinistra, indietro, a sinistra, Cangqiao jie5, a destra, ecco Tian Feng Ta. Mi bruciano un po’ gli occhi: cosa sarà? Quest’aria di città, di sicuro, così inquinata. A Kiwa6 è così fresca... Però la città, mille colori, mille suoni, gente che va e viene, così eccitante! Voglio viverla, questa città, questa Ningbo meravigliosa, almeno per oggi, finchè il sole mi scalda, finchè il vento mi bacia, fino al tramonto. Ningbo, una città enorme. Chissà se incontrerò le amiche di un tempo. Lingli7... Weiwei8... la piccola Jing9... Era una bimba, ora sarà una ragazza. Incontrarla fra migliaia di persone. Salutarla. Come?


Ciao, Jing! Come sei cresciuta! Quanti anni hai adesso?”


Nel 2005 ne aveva due... al 2010 sette. No, forse mi sbaglio: ne avrà dieci.


Ne ho dieci. Cosa fai a Ningbo?”

Devo andare a trovare mia nonna”.


La nonna, cara. Saranno ormai cinque anni che non la vedo... Sarà invecchiata ancora di più. La mia cara nonnina... Mi portava allo Yue Hu, si sedeva su una panchina e mentre sferruzzava a maglia io giocavo con altri bambini. Domani sarò io ad accompagnare la mia nonnina al parco. Immagino già come sarà contenta, quale dolce sorriso mi regalerà... Non vedo l’ora di abbracciarla, di stringerla al mio cuore.

Marciapiede. Pietra grigia, asfalto nero. Dove posso attraversare? Nanzhanchen lu deve essere a destra... ecco là: semaforo, strisce bianche.


“Di qua, Midori”


La linea del marciapiede, tutte queste pietre grigie, squadrate, uguali, allineate: ad ogni passo una in meno, come i giorni che passano, gli anni. Le ore che mi separano dalla nonna. Stop. Il semaforo è rosso. Aspettiamo. Non mi piace aspettare. Quante auto ci sono a Ningbo! Biciclette, motorini, caos. Per ora non mi manca la tranquillità di Kiwa. Forse perchè sono appena arrivata, o forse perchè desidero tanto immergermi in questa confusione, vivere fino in fondo questa esperienza. Caos, confusione, gente, brulicare di gente come tante formiche, rumori, odori, colori, Ningbo, vita, vita ,vita! Semaforo verde. Avanti. “Avanti, signori coi guanti” mi diceva la mamma quand’ero piccola aiutandomi ad attraversare la strada. Mi teneva la manina. Sento ancora il calore della sua mano e la sensazione vellutata della sua pelle... Sensazioni... Mia madre... Il casco per asciugare i capelli, io in braccio, l’aria calda sul mio viso, il tepore del suo corpo, il suo profumo...

Marciapiede. Destra. Ecco Nanzhanchen lu10. Viale alberato, sole, ombra, pace ai miei occhi. Quanta gente! Studentesse in divisa scolastica, gonna, maglietta, ma sono diverse dalle marinarette giapponesi: noi indossiamo gonnelline più corte. La mia mano sopra la gonna. Forse la mia è troppo corta? Mi osservano tutti... No. Non mi guardano. Devo camminare piano, altrimenti se balzello mi si vedono le mutandine. Bianche. E se mi chino a raccogliere qualcosa mi si vede pure la patatina. Meglio accucciarsi che chinarsi... In Giappone sarebbe normale, ma qui in Cina... Chinarsi in avanti, il mio sedere. Ricordo che un giorno mentre andavo a scuola mi si è avvicinato un uomo e mi ha messo la mano fra le gambe, le sue dita veloci su per le cosce, fin quasi lì. Urlai ed egli scappò via. Che brutta esperienza! Qui non dovrebbe accadermi nulla. E se mi dovesse succedere qualcosa? Ecco laggiù, a sinistra, un gruppo di piante, un aiola. Già me lo figuro: passo lì vicino e una mano mi afferra il braccio. Faccio per urlare ma la sua mano mi ha tappato la bocca. Mi ha trascinato dentro il boschetto. Cerco di divincolarmi ma la sua presa è troppo forte per me. No. Basta. Non ci voglio più pensare. E’ così bella Ningbo... Guarda là: un ponte, gli alberi dello Yue Hu. Un nonno che accompagna il nipote a scuola, una piccola manina in una grande manona. Cosa dicono? Non li sento: troppo rumore, clacson, motori. Sono già alle mie spalle. Una vecchia con le borse della spesa, ma non sembra affaticata. Se lo fosse, l’aiuterei. Cosa c’è? Passi veloci alle mie spalle. Mi raggiungono. Uh! Che modi! Quasi calpestava Midori! Dove andrà così veloce quell’uomo? Vestito bene, giacca, cravatta, borsa. Ecco un autobus si ferma. Autobus rosso. Apre le porte, l’uomo sale. Ce l’ha fatta a prenderlo. Meno male! E la vecchina? Mi volto. E’ già alle mie spalle. Studenti a gruppetti mi vengono incontro. Ridono. Fanno sorridere pure me! Chi è? Un vecchio che tira su il moccio nel naso. No. Se lo soffia con le dita. Slancia il moccio in terra, ma non si stacca. Che schifo! Sento ridere alle mie spalle. Sono gli studenti di prima. Gente qualunque, con la loro vita qualunque, con le loro storie qualunque, con i loro pensieri qualunque. Sembra che solo io sia importante, con la mia vita, le mie storie, i miei pensieri. Eppure ognuno di loro mi vede come una persona qualunque, con la sua vita qualunque, con le sua storie qualunque, con i suoi pensieri qualunque. Ho l'impressione che tutta la città giri intorno a me, ed invece non sono altro che una piccola formica come tutte le altre in questo grande formicaio che è Ningbo. Tutto, alberi e ponte, si riflettono sulla superficie dell’acqua ma la loro immagine è scomposta da minute onde che seguono la corrente del fiume. L’acqua scorre calma e lenta. Nel mezzo galleggia solitario un ramo secco, impotente contro la forza dell’acqua e del destino. Un suo compagno di viaggio, bloccato a ridosso dell’arco del ponticello. Il lento scorrere del rivo produce solo un caldo infinito silenzio, rigido come le pietre degli argini, bianco come il marmo del parapetto, continuo come il viaggio del ramo secco. Silenzio. Gioioso silenzio nel tepore di questa giornata di sole. Un sottile odore di alghe e muffa. Ricordo mio padre... La domenica mi portava presso un canale, vicino a casa nostra, e mi insegnava a pescare. Salivamo su un ponticello come questo ed egli mi mostrava i pesci che apparivano sotto il velo dell'acqua.


"Papà, perchè non hai ancora preso un pesce?".

"Piccola mia, non siamo qui per prendere pesci: siamo qui per diventare pesci. Il fiume che vedi è un grande canale di energia che proviene dal cielo e dalla terra. I pesci sono fortunati, perchè vivendo nell’acqua si nutrono di questa forza vitale. La lenza che ho gettato ora è a contatto con l’acqua, e pure, attraverso la canna, è a contatto con me: così anche io, come i pesci, sono parte dell’Universo intero. Miku, se mi dai la mano, lo sarai anche tu".


Passato il ponte, finita Nanzhanchen lu. Attraversamento pedonale, strisce. Una bianca. Asfalto nero. Bianca. Asfalto nero. Bianca. Asfalto nero. Ancora tre. Marciapiede. A destra, ancora un attraversamento. Faccio attenzione: a sinistra, nessuna auto; a destra... auto lontane. Posso attraversare. Strisce bianche e nere, come un vecchio film. Laggiù c’è un boschetto, verde. Un po’ di colore! Marciapiede. Carine queste piante che gettano ombra fresca su di me! Faranno parte del parco dello Yue Hu... Ora passo l’ultima pianta. Che bello! Lo Yue Hu! Il Lago della Luna!


“Mrr-iao. Rrr. Rrr”.


Fa le fusa. Anche a lei piace questo luogo. Dove va adesso? Mammamia! E se la perdo...


“Dove vai, Midori?”


Devo seguirla.


“Aspettami!”.


Si è fermata. L’ho raggiunta. Meno male!


“Non devi allontanarti senza il mio permesso. E’ pericoloso. Per strada ci possono essere delle auto che ti potrebbero investire”

“Miao”

“Adesso sei entrata nel parco, non ci sono pericoli, ma... ricordi quella volta a Maruyama11? Che spavento mi avevi fatto prendere! Non ti allontanare da me, assolutamente! Hai capito, Midori?”


Una piazza. Vado avanti. Quattro colonne di pietra istoriate, alte, imponenti. Cammino sopra la ghiaia, grigia, frammenti di calcare con spigoli aguzzi. Li sento sotto i piedi, forse perchè indosso scarpe con la suola in stoffa. Scricchiolano ad ogni passo. Mi dà fastidio questo suono, non so perchè. Ho oltrepassato le prime due colonne, ed eccone altre due, più ravvicinate. Mi incutono timore, sembra che non vogliano farmi passare. Toh, un vialetto, un aiola centrale, erba, alberi. Proseguo a sinistra. Midori dove va? A destra, tanto per cambiare. Non riesce a starmi vicino! L’aiola ha quattro alberi al centro, tutti in fila. Sono querce? Boh. Da quest’altro lato vi sono altre sei piante, alberelli più piccoli. La curiosità mi spinge avanti, ma in cuor mio non sono tranquilla... Non mi ricordavo questo luogo... Tante cose ho dimenticato di Ningbo. Quando sarò dalla nonna, le chiederò cosa è cambiato di Ningbo e cosa è rimasto come un tempo. E’ finito il vialetto. Cosa ho davanti? Una scalinata. Una piattaforma circolare. Poi un’altra scalinata che conduce ad una terrazza, anch’essa circolare. Al centro v’è un statua. Ai piedi un gatto, bianco, rosso, tigrato: Midori! E’ Midori che m’aspetta. Salgo le prime scale. Più veloce. Salgo gli ultimi scalini... Eccomi qua. Grattatina sulla testa di Midori. Oooh... Che bella statua. Una donna a busto nudo con due ali che si ergono verso l’alto, una veste. Di marmo bianco. Sarà la dea del Lago della Luna, la dea di Ningbo. Pare quasi che esca dalle acque del lago. Il lago! Voglio vederlo! Devo avvicinarmi alla ringhiera dietro la statua. Eccomi. La ringhiera di ferro è gelata. Non importa. Questo lago è stupendo! Questa grande superficie piatta ove si riflettono le immagini delle rive! Gli alberi del parco, il chiosco, e quella costruzione là sull’altra riva. Ma la superficie del lago non è piatta: è increspata. Piccole onde formate dalla brezza del mattino. Ora si calmano, ora si muovono più veloci. Come i miei pensieri in questa giornata d’estate. Estate, caldo, afa. Non c’è tanto caldo oggi, forse perchè sono solo le... Orologio, sette e trentasette. Le sette e trentasette. A che ora arriverò dalla nonna? Non so se ce la farò per mezzogiorno, forse arriverò nel pomeriggio... Prima voglio visitare Tian Feng Ta, poi il mercato di Cheng Huang Miao, poi... Vedrò se avrò ancora tempo. Mmm, che pace qui, anche con il rumore di sottofondo delle auto. Oh! Se faccio attenzione posso udire il cinguettio degli uccellini. Che specie saranno? Non li vedo... Sono nascosti fra le fronde di quegli alberi sulla riva opposta. Cip, cip, ciricip, cii ciii cii, ciricip, cip cip. Ripeto dentro me il loro suono, mi mette allegria.


Nel mezzo dello scorrere di una stagione

all'improvviso percepisci la lunghezza di un giorno. Nei giorni troppo frenetici,

io e te, ci disegnamo un sogno.


Affido i nostri pensieri al vento di marzo

e i boccioli dei fiori di ciliegio, continuano verso la primavera.


I granelli della luce che lo sta inondando,

piano piano intepidiscono il mattino.

Dopo aver fatto un grande sbadiglio,

vergognandomi un po', accanto a te.


In piedi all'ingresso in un nuovo mondo,

la cosa di cui mi sono reso conto è di non essere solo.


Quanto mi ha reso più forte il fatto di sapere

che se chiudo gli occhi, dietro quelle palpebre ci sei sempre tu.

Anche io vorrei in essere in questo modo per te.


Il turbinante vento che trasporta una nuvola di polvere,

si intreccia con il bucato steso ma

riuscivo a vedere ugualmente

la bianca luna nel cielo del mattino, bellissima per chissà quale motivo.


Nonostante ci sia la possibilità che tutto vada male,

poter alzare gli occhi al cielo, anche

se per poco.


Il cielo azzurro si schiarisce con il freddo

Pecore di nuvola oscillano tranquillamente

Poter condividere il piacere di attendere lo sbocciare

dei fiori, questa è la felicità.


Questo sentimento, da qui in avanti, mi sorriderà...12


Che bella canzone! Felicità! Sono proprio contenta di essere a Ningbo, qui, sulle sponde del Lago della Luna. E’ chiamato così perchè è a forma di luna. Alzo gli occhi. Nel cielo qualche volta c’è la luna pure di giorno... Ma oggi non c’è. Il colore del cielo. Non è blu, ma azzurro chiaro.


Il cielo azzurro si schiarisce con il freddo

Pecore di nuvola oscillano tranquillamente...


Così adesso, come nella canzone. Un pezzo di cielo azzurro e una nuvoletta si riflettono sulla superficie del lago, ma l’immagine è distorta da piccole onde, tutte vicine e tutte uguali, rapide, veloci, silenziose. Come il tempo che corre...

Pezzo di cielo, nuvoletta... La stessa immagine riflessa nelle pozze delle risaie del Maruyama. Kiwa. La mia infanzia a Kiwa... Era primavera quando il sabato sera la mamma mi portava a casa della zia per lasciarmi lì a dormire. Camera da letto delle mie cugine, letto a cassetto, dormivo insieme a loro. Midori sonnecchiava sulla mia pancia. Che buffa! Sentivo il suo calore, la accarezzavo. Faceva le fusa, la mia Midori. Il pelo era liscio e setoso, bianco a chiazze nere e rosse. La mattina seguente, domenica, dopo aver fatto colazione, lo zio mi portava al Maruyama dove lavorava come bracciante nelle risaie. Percorrevamo, con quel furgoncino blu a tre ruote che mi piaceva tanto, alcuni chilometri di strada in salita, a stretti tornanti, e intanto lo zio mi spiegava cosa avrebbe dovuto fare in quei giorni. Era il periodo della semina. In vetta al Maruyama la mia gioia era immensa! Rimanevo a bocca aperta ad ammirare le infinite terrazze concentriche che ornavano i fianchi del monte e si perdevano all’infinito verso la valle. Sognavo ad occhi aperti di essere un uccello e di planare lungo quei pendii, sfiorare con le ali quelle centinaia di pozze ove il cielo e le nuvole si specchiavano. Piccole e uguali come le scaglie di un pesce... Come quelle disegnate sugli aquiloni di carta. Pesci di carta di tanti colori... blu, verdi rossi... Oh, un pesce rosso!


“Guarda, Midori, là: un pesce rosso! L’hai visto? Che grande!”


Midori non mi ascolta. Ascoltare. Sono io che ascolto. Il cinguettio degli uccellini... ... ... ... ... ...

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Il rumore delle auto ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...

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Le voci delle persone... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...

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Il mio respiro... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...

Me stessa. E ciò che vedo, sento, respiro. Ma esiste veramente o è solo frutto dei miei pensieri, delle mie sensazioni? Il mio corpo, esiste? Sensazioni... Avvertire il proprio corpo... Alla fine, esisto? Chi sono? Quale è la mia essenza? Sono solo pensiero, impalpabile. Ma se davvero sono impalpabile, senza materia, esisto? Cogito, ergo sum. Penso, dunque esisto. Midori guarda il lago. Avrà i miei stessi pensieri? Basta. Voglio godermi questa brezza fresca. Sul viso. Sorrido. Sono fortunata: oggi è una bellissima giornata! Laggiù c’è un’isoletta in mezzo al lago; non ricordo di averla vista prima... Eppure c’è sempre stata, per forza: non è un bruscolino che si mette e si toglie con un dito! Semplicemente non me la ricordo, forse perchè con la nonna non venivo a passeggiare in questa parte del lago. Tante cose non ricordo del tempo passato a Ningbo, sebbene siano trascorsi così pochi anni, meno di dieci. Ero una bambina di cinque, sette anni: troppo piccola per ricordare i particolari del mondo intorno a me. Pensavo solo a giocare e a stare vicino alla nonna...


Nonna! Nonna! Dove mi porti oggi?

Andiamo al Lago della Luna. Va bene?” “Siiiiii!!!


Ogni pomeriggio mi faceva indossare un vestitino pulito perchè a lei piaceva che io fossi sempre in ordine, più carina delle altre bambine. Per raggiungere lo Yue Hu prendevamo un autobus; guardavo incantata dai finestrini tutta la città che si muoveva rapidamente in direzione opposta alla mia. In braccio alla nonna, verso lo Yue Hu, mentre alberi, persone, negozi, colori, forme fuggivano imprendibili alle mie spalle. Come sogni, come desideri, come il tempo che sto vivendo ora. Presente. Era futuro e sarà già passato. Nemmeno esiste, il presente. Tutto, ed io stessa, sono come le pagine di un libro: ogni momento, ogni singolo presente è sempre esistito ed esisterà per sempre, ma mi accorgo di questa realtà solo quando le sfoglio. Le sfoglio solo in un senso, così da non sapere ciò che mi riserva il futuro. Fino alla fine del libro. Oltre, non lo so. Il lago. L’isola misteriosa. Sono curiosa di sapere cosa c’è laggiù. Forse mi ritornerà alla mente qualche ricordo... Che ore sono adesso? Orologio. Sette e quarantuno, quasi quarantadue. Midori osserva sempre la sponda opposta del lago, ad occhi socchiusi. Quasi mi spiace disturbarla, ma dobbiamo incamminarci perchè i posti da visitare quest’oggi sono molti e distanti.


“Su, Midori! Andiamo!”


Non si muove. Gira la testa. Mi guarda come per chiedermi cosa voglio da lei. Par quasi scocciata. Mi chino. Le accarezzo il capo. Una grattatina fra le orecchie... Così... Ti piace, eh? Mi rialzo. Sistemo la gonna. Mi si sono raffreddate le mani, appoggiate così a lungo alla ringhiera. Non importa.


“Midori, io vado. Guarda che ti lascio qui da sola. Non ti aspetto!”


Non si muove. Cosa posso fare? L’unica è provare ad andarmene via. Un passo. Stop. La guardo. E’ ancora lì. Un altro passo. Stop. La guardo. E’ ancora lì. Un terzo passo. Midori? Non si muove.


“Uff!”


C’è da perdere la pazienza!


“Midori!”


Non si volta. Griderò più forte.


“Midori!!”


Niente. Ancora più forte.


“Midori!!!”


Che zucca! Non posso urlare tutta la mattina. Non voglio perdere tempo. Ecco: già la gente si è voltata a guardarmi. Penseranno: chi è quella matta che parla col gatto? Che gli urla dietro? Non ce la faccio più!


“Ciao”


Vado avanti. Mi volto. Midori mi sta seguendo. Finalmente!

Ritorno sui miei passi. Mi volto. Un ultimo saluto alla dea e a questo bel paesaggio. Scendo gli scalini. Uno, due, tre, quattro... Potessi veramente ritornare sui miei passi ogni volta che lo desidero... Ma il tempo non è come lo spazio, non si ha la scelta di percorrerlo a piacimento avanti e indietro. Se davvero ne avessi la capacità... Ahi! Questa ghiaia, così appuntita! Se davvero ne avessi la capacità, tornerei indietro nel tempo e indosserei un altro paio di scarpe, con la suola più spessa. Non solo le scarpe. Quante scelte sbagliate! Ho solo quindici anni e ne ho già compiute così tante! Un’amicizia perduta... Ling Wei. Una verità non detta... papà. Un segreto rivelato... quel luogo particolare. Il primo bacio... non voglio pensarci: troppo dolore. Meno numerose sono le scelte corrette; una fra tutte: esser venuta qui a Ningbo per riabbracciare la nonna. A riscoprire luoghi dimenticati. A risuscitare ricordi ormai sopiti. La mia primissima infanzia a Ningbo, quando ancora la mamma lavorava qui insieme a papà... A Sanshi lu13, proprio vicino all’abitazione della nonna, ma a quel tempo ella viveva lontano, nella parte orientale della città, forse era Nan’an14... quando ancora lì v’era campagna. La campagna... Kiwa... Maruyama... Perchè ne sento così tanto la mancanza? E’ trascorso solo un giorno, nemmeno. Da una parte sono affascinata dall’occasione di poter rivivere Ningbo, dall’altra ho una terribile nostalgia di Kiwa, del Giappone. Non so ancora quanti giorni mi fermerò dalla nonna: dovrò sentire lei. Spero molto tempo. O poco?

Ancora Changchun lu15. Cammino. A passo svelto. No, non troppo, altrimenti Midori resta indietro e s’affatica a starmi accanto. Potrei rimetterla nel trasportino, ma mi spiacerebbe per lei. Preferisco che viva Ningbo appieno, come me.

Un ragazzo. Carino... Accanto a lui c’è una donna, anch’ella giovane. Sarà sua moglie, credo. Si guardano con dolcezza... La ragazza spinge un passeggino. Si stanno avvicinando a me. C’è un bimbo. Gli sorrido... Mi guarda con i suoi occhioni. Ora ride! Che simpatico! Saranno felici i suoi genitori ad avere un frugoletto, così... Figlio. Un figlio. Mio figlio. Ne avrò uno, un giorno. Spero tanto di sì... Coccolarlo, dargli il latte al seno... Dev’essere una sensazione particolare. Come fare l’amore. Con mio marito. Marito. Che aspetto avrà mio marito? Che aspetto vorrei che avesse? Alto, forte, sicuro di sè; soprattutto che mi voglia bene, che sappia darmi sicurezza. Come farò a capire quale sarà l’uomo giusto per me? Basterebbe che mi dicesse:


Miku, sei una ragazza unica, meravigliosa. Non lasciarmi solo, perchè ti voglio bene. In cuor mio l’ho sempre saputo”.


Fidanzamento, matrimonio, una casetta tutta nostra, un figlio...

Vengono verso di me due ragazzini che si tengono per mano, avranno la mia stessa età. Si amano, ma non credo abbiano già voglia di sposarsi. Eh! Solo io a quindici anni sto già cercando marito! Sono pazza. Credo di essere portata per il matrimonio: non mi piace stare insieme ad un ragazzo solo per divertirmi e fare sesso. L’amore per me è un sentimento profondo, e come tale deve essere rispettato, deve essere considerato con la giusta serietà. Mi compiaccio di questo mio ragionamento.


“Brava Miku!”

“Miao”


Hai ragione, Midori: sono proprio una sciocca a lodarmi da sola!

Sole. Un po’ caldo. Toh, una lucertolina attraversa il marciapiede, davanti a me, dalla strada verso il parco. Midori... Non l’ha vista, meno male: altrimenti non si sarebbe più mossa di qui! Non fa ancora troppo caldo. A Kiwa c’erano molte lucertole. Quando percorrevo le strade di campagna, ad ogni mio passo se ne muoveva una. Rapidissima; talora avvertivo solo il fruscio fra le foglie e ne intravedevo la coda. Di primavera sono tutte a crogiolarsi al sole, ma d’estate, nelle ore più calde, cercano refrigerio all’ombra. A loro piace il caldo e temono il freddo, come me. Il calore di questo sole mattutino mi ammanta e mi scalda, mi coccola e mi culla, mi tranquillizza e mi fa sentire sicura di me. Non ho paura. Ma non è la sensazione assoluta del calore a rallegrarmi. Piuttosto credo che il massimo godimento abbia luogo nel preciso istante che la sensazione mortale di freddo lascia il posto alla sensazione di calore: un brivido parte dalla nuca e scende per tutta la schiena, i capelli si rizzano un poco e la pelle freme tutta. Poi uno spazio infinito di calore penetra dentro il mio corpo, raggiunge il respiro, il cuore, i sentimenti. Amore... è questo ciò che sento? Fiducia... questo io provo? Amore e fiducia. Verso tutti. Il mio cuore abbraccia ogni persona che incontro sul mio cammino: ecco là, il vecchietto col bastone e il cappello di paglia, la signora col bambino, le studentesse che s’apprestano ad attraversare la strada... Verso tutto. La lucertolina, Midori, le mattonelle grigie del marciapiede, l’erba fresca delle aiole, le tuie verdi scuro, il cielo azzurro oltre i palazzi di Ningbo, e le nuvolette che corrono in esso, che si riflettono nel lago... Che bello... Questa sensazione la voglio custodire dentro il mio cuore, per sempre. Per sempre. Sempre... Sempre è una parola che non esiste. Per me. I miei ricordi sbiadiscono in breve tempo, come una fotografia lasciata al sole: diventa tutta di un’unica tinta celeste, mantenendo solo le sfumature. Quando va bene, altrimenti si scolora fino ad acquisire una tinta seppia, senza particolari ben definiti, un pezzo di carta da gettare via. Come è possibile allora preservare la bontà dei ricordi dall’azione distruttiva del tempo? Penso ad oggi, alle meravigliose sensazione provate sulle sponde del lago e poc’anzi accarezzata dal sole. Spero che Ningbo me ne regali ancora... Spero... Speranza... Speranza. Ecco, cos’è! La speranza. E’ la speranza che mantiene vivi i ricordi! L’attesa di qualche cosa che deve ancora avverarsi tiene fedele il ricordo come un modello, finchè esso non sarà sostituito dalla realtà sperata. Dopo, inutile, il ricordo svanisce nella felicità. Se il ricordo permane, anche se fosse bello, sarebbe pervaso dalla nostalgia, o dai rimorsi, dalla disillusione che un giorno il desiderio celato possa avverarsi. Dunque, il ricordo è dolore.

Guardo verso il lago, ecco un ponte di mattoni rossi che scavalca le sponde del canale emissario. Immobile. Tre archi che si riflettono sulla superficie increspata del lago, formando tre cerchi oltre i quali si specchiano nell’acqua di color cobalto i verdi chiari delle minute foglie dei salici piangenti. Persone, a coppie, silenziose, l’attraversano. Strano, non lo ricordo... Eppure sarò passata di qui molte volte.

Proseguo senza fermarmi. Changchun lu è giunta la termine, almeno di questo tratto. Svoltando all’angolo dovrei costeggiare il Lago della Luna. C’è una lunga strada. Come si chiama quella via...? Sanzhi jie16. Ora ricordo.

Sanzhi jie. Prossima tappa: Tian Feng Ta. La meta è vicina. Percorro questa strada con entusiasmo, ma senza fretta. Con entusiasmo, sì, come tutti i progetti che ho iniziato a realizzare, ma che spesso - prima della metà, debbo dire - ho abbandonato, vuoi per mancanza di idee, vuoi per l’avvento di altri più interessanti. Talora mi sono gettata in imprese mastodontiche, ma pressochè inutili. Forse è meglio vivere con semplicità. Invero, ovunque posi lo sguardo, vedo semplicità. Come la lucertolina di prima, che semplicemente le piace stare al sole; o come gli uccellini che udivo quando ero sotto la dea di Ningbo, che semplicemente cantano. Cosa può volere una semplice creatura come un passerotto? Semplicemente nutrirsi, nutrirsi di semplice cibo, qualche semino... Posso io essere semplice come un uccellino? Penso a Tian Feng Ta, a girare Ningbo; mi interrogo sullo scorrere del tempo, sull’amore; m’intristisco con i ricordi... Per essere semplice dovrei non pensare, assecondare i miei istinti, alzare gli occhi al cielo e smarrire lo sguardo nell’azzurro infinito fino ad essere io stessa ciò che osservo. Oppure essere semplici vuol dire escludere il superfluo dalla propria vita e amare tutto con cuor sincero. Lasciare che un buon sentimento accarezzi il capo di quell’uccellino... Gesti semplici... Una carezza gratuita, un bacio spontaneo, una preghiera al buon Dio... Ricordo una poesia che scrisse un poeta italiano17 e che studiai a scuola...


Non sentite anche voi

queste finissime voci,

sottili bisbigli

e lucenti parole?


Silenzio: fate piano.

Potreste raccogliere

il buio della solitudine,

o preziosi consigli,

forse piccoli pensieri d'amore.


Silenzio: fate piano.

Fermate il pum-pum del cuore,

raggelate il vostro respiro

affinché la sua calda mano

e la vostra

diventino preghiera.


Anche un sorriso è semplicità... Un sorriso. Da quanto tempo nessuno mi dona un sorriso? Molto. L’ultima volta che qualcuno mi ha sorriso dolcemente è stato dieci anni fa. Beh, da allora ho ricevuto altri sorrisi, certo, ma non come quello dell’Uomo delle Castagne. Avevo sì e no cinque anni. La nonna mi portava dall’Uomo delle Castagne che aveva la bottega in Sanshi lu, di fronte alla nostra casa. Ricordo ancora il profumo delle caldarroste che invadeva e permeava ogni angolo della strada, così forte e così piacevole, appetitoso. L’Uomo delle Castagne era un ragazzo alto, con la barba mal rasata e i baffi corti. Teneva costantemente in bocca una sigaretta accesa e aveva i capelli spettinati. Avrà avuto una ventina d’anni, ventiquattro o venticinque al massimo. Era molto gentile con noi.


Buongiorno, signora Zou!

Come va questa mattina, Xiao Guo18?”

Come al solito: tanta gente si ferma a guardare ma poca compra le mie castagne

Perchè non sanno quanto siano buone!

Se continua così, dovrò presto chiudere! Quante ne vuole, signora Zou?

Un bel sacchetto pieno, grazie

E per questa bella bambina cosa le diamo? Aspetta...


Prese un’altro sacchetto di carta e lo riempì con le castagne più grosse. La nonna volle pagarlo anche per il secondo sacchetto, ma egli rifiutò e disse, rivolgendosi a me:


Questo è un regalo per la piccola Miku!


Nel porgermi quel dono mi sorrise così dolcemente... Era come se il suo cuore si fosse aperto e tutto il bene contenuto in esso fosse entrato nel mio. Arrossii.


Come si dice, Miku?” chiese la nonna, stringendomi la manina.

Grazie...” risposi, con un filo di voce e gli occhi bassi.


Chissà cosa farà adesso... Avrà ancora la sua bottega in Sanshi lu? Sarà sposato e avrà dei figli...

Midori va avanti più veloce di me. Verso quella casa... Un negozio? L’ho quasi raggiunta... Ecco, è il Club di Scacchi di Ningbo. Quanti motorini davanti! Sembra un tempio, con il porticato austero, le quattro lanterne rosse appese, la scritta calligrafata con inchiostro azzurro su legno Ningbo Qiyuan19. Dalla porta d’ingresso, aperta, si vedono le persone sedute ai tavoli intente a giocare. A quest’ora del mattino sono già molte, non credevo... Anche io sono capace a giocare a scacchi: me lo insegnò mio padre quando ero piccola. Era il nostro passatempo nelle giornate di pioggia, o alla sera quando non v’era alcun programma decente alla televisione. Volevo sempre giocare con i pezzi bianchi, e quindi fare la prima mossa. Fra tutti i pezzi il mio preferito era il cavallo, forse perchè mi piacevano gli animali o forse perchè mi affascinava il suo procedere a L così diverso da quello di tutti gli altri pezzi...

Beh, ma dove è andata Midori? Ah, eccola là. Qualche metro più avanti. La raggiungo.


“Midori! Scappi sempre! Devi restarmi vicino, capito?”

“Miao...”


Più in là c’è un vialetto che s’inoltra nel parco. Forse porta a quell’isola che vidi prima quand’ero al belvedere della dea... Sono proprio curiosa di sapere cosa ci sia... Vialetto. Giro a sinistra. Entro nel parco. Un momento! Non riesco più ad orientarmi... Troppo tempo è trascorso dall’ultima volta che ci venni con la nonna... Dieci anni...

Che buffo! Mi sembra di entrare in questo parco per la prima volta. Tutto sembra tranquillo. Questo vento leggero muove le foglie dei salici e loro gli rispondono con un debole fruscio. Adesso è un po’ più forte, solleva i lembi della gonna, un po’ svolazza. A piccole onde blu, svolazza. Mi accarezza le gambe, dalle caviglie fin su, fra le cosce. Respiro. Dolce profumo di fiori, ma non so quali. Cammino. Mi allontano ma queste sensazioni permangono. Ancora il vento, ancora il fruscio, ancora il profumo, e la gonna che svolazza, e il fresco fra le gambe. Tutto si ripete. No: tutto c’è, continuo in ogni direzione, come l’acqua per un pesce, come le tinte su una tela, come un quadro che congela un attimo del tempo. Tutto sembra tranquillo. Già, ma non lo è. Perchè? Non lo so. Il timore di un luogo nuovo, o di un luogo che non ricordo, forse.

Una leggera curva a sinistra. Cosa ci sarà dietro quel cespuglio fiorito? Potrei tornare indietro, verso luoghi sicuri, ma le mie gambe mi trascinano avanti, come se avessero una volontà propria. Non voglio, eppure continuo. Ecco il cespuglio fiorito, piccoli fiori gialli. L’ho raggiunto, ma non mi fermo. Ancora due alberelli di pesco prima della curva. Pochi passi e raggiungerò il primo. Sono di fianco all’edificio del club di scacchi... No: è un secondo edificio, più alto, più moderno, e questi tre peschi delimitano un giardinetto. Primo pesco. E’ come se entrassi in casa d’altri, eppure lo so che questo parco è pubblico... Una persona è apparsa dalla curva, mi viene incontro. E’ un signore di mezza età, pantaloni blu, camicia bianca a maniche corte. Forse vorrà avvisarmi che è vietato proseguire oltre... Secondo albero. Osservo quest’uomo in volto. Mi sorride. Contraccambio. Non si è fermato. Bene. La curva! Giro... Nulla di strano. Che sciocca! Il sentierino s’avvicina al vertice dell’edificio. Terzo pesco. Una curva a destra... fatto! Intravedo oltre le chiome degli alberi l’isola sullo Yue Hu. Sono impaziente di conoscere cosa ci sia lì... Affretto il passo di poco. Midori mi sta sempre seguendo? Sì, è al mio fianco. La stradina curva ancora a sinistra. Sembra che torni indietro verso l’edificio... No. S’inoltra in un boschetto... Strano. Lo sguardo non riesce a penetrare quell’ombra. Mi avvicino. Ora vedo i tronchi marroni degli alberi. Se procedo così in fretta avrò caldo. Rallento un poco. Sono nell’ombra. Ahh! Che fresco! Un ottimo rifugio nella calura estiva. Però, a dire il vero, ho quasi freddo. Questo posto non mi sembra reale... Mi ricorda la foresta di Cappuccetto Rosso... Sono forse io? E Midori è il Gatto con gli Stivali. Ma sì, certo! Quel signore che ho incontrato prima è nientemeno che il marchese di Carabas!

Oops! Qui finisce il boschetto, riappare il sole ad illuminare la strada. Piano piano sulla pelle ritorna il calore e il respiro si fa più ampio. Toh! Un ponticello. Piccolo e stretto, tutto in pietra, grigia, uniforme, pure la ringhierina. Tramite questo ponte si accede all’isola. Vedo i primi edifici e un cancello. Percorro l’arco del ponte. A sinistra si vede Changchun lu, fino alla dea di Ningbo ma oltre la vista è occultata dagli alberi dell’isola. E a destra? Un canale, stretto, cupo, scorre fra la sponda dell’isola e quella del lago. Discendo l’altra metà del ponticello. Il cancello è aperto. Entro. Sono in un cortile, con due palme, qualche aiola... Più avanti c’e un secondo cancello, anch’esso aperto, sovrastato da un arco in pietra grigia. Alla mia destra c’è un edificio bianco, alto. All’ingresso due portinerie, con le pareti rivestite forse di gres colore azzurro scuro. Vi sono delle scritte dorate in rilievo. Er Zhong20. C’è scritto Ningbo Er Zhong. Cosa faccio? Entro? Non me lo ricordo questo posto: probabilmente non ci sono venuta con la nonna... Ma... Sento delle voci di bambini in lontananza... Questo m’incuriosisce.


“Che ne dici di entrare, Midori?”


Che domanda scema, è già entrata. La seguo. Questi edifici sono nuovi, sembrano appena costruiti; sarà per questo motivo che non li ricordo. A dire il vero, non ricordo l’isola intera! Un primo cortile, qui a sinistra alcuni alberi. Ci sono persone che entrano ed escono dall’edificio più alto. E’ un continuo entrare e uscire. Forse questa è la sede di un ufficio pubblico. Devo sapere. Raggiungerò il portone, in fondo al cortile. Sono perlopiù persone anziane, ma anche giovani in carrozzella. Sarà forse un ospedale? Due giovani donne, incinte. Hanno entrambe la pancia molto sporgente, angolosa. Secondo me partoriranno figli maschi. I loro mariti e i loro suoceri saranno contenti di ciò, perchè qui in Cina dicono che le femmine sono come acqua sporca, poichè i loro figli non porteranno il cognome della famiglia, e le spese del matrimonio saranno un debito. Anche la quota di eredità è maggiore per i figli maschi. Così pure le attenzioni e i doni per i bimbi sono più ricchi a discapito delle bambine. Non lo trovo giusto, ma io non posso lamentarmi perchè sono figlia unica.

Il portone. Una targa in bronzo. Jindou Jia Zheng Fu Wu Bu21. Un’agenzia di servizi, ecco cos’è! Forniscono baby sitter, assistenza domiciliare per anziani e disabili, anche per donne che hanno appena partorito e sono sole in casa. Quando la nonna sarà troppo anziana per badare a se stessa, ed io non avrò la possibilità di accudirla, mi rivolgerò a questo centro. Mi sembra ottimo, a giudicare dall’espressione contenta che leggo sul volto di queste persone.

Ora vorrei avvicinarmi all’altro edificio. Dovrebbe esserci un secondo cortile. Midori già mi precede. Lascio questo luogo con gioia: non gioia nel lasciarlo, ma gioia nell’averlo scoperto. Giro l’angolo dell’edificio. Ecco il secondo cortile. C’è un gran vociare di bambini, come quello che avvertivo all’entrata dell’isola. Più che bambini, ragazzi. Li vedo. Avranno poco meno della mia età. Kiwa, la scuola, i compagni... Anche noi giocavamo in un cortile come questo nell’intervallo fra due ore di lezione. Giocavamo al pàmpano. Avessi un gesso per tracciare i numeri e le caselle per terra... O un coccio di mattone... Osservo in giro, in terra. Non ce ne sono. Peccato. Avrei giocato volentieri. Sì, ma che scema: giocare da sola. O... con Midori. Eh eh! A saltare sarà brava, ma a lanciare il sassolino in aria la voglio proprio vedere! A raccoglierlo stando in equilibrio su una zampa, poi! Non devo prenderla in giro, poverina: sono forse io capace a catturare un topino con un solo balzo? Potrei addestrarla come i gatti giocolieri del circo. No, è troppo pigra ed è pure anziana. Quanti anni? Nove, credo... Così tanti! Mi sembra ieri quando lo zio me la regalò per il mio sesto compleanno. Piccolina... Che musetto simpatico aveva! Vivace. Mi saliva su per le gambe e mi pungeva la pelle con le sue unghiette... Mi piaceva coccolarla - e mi piace tutt’ora - per ore... ... ... ...

Laggiù, sulla sponda del lago, c’è una panchina. Mi siederò un poco perchè mi fanno male i piedi e sono stanca. Ancora pochi passi e ci sono. Eccomi. Mi siedo.

Pur con questo vociare, c’è pace in codesto luogo. Sono voci vicine ma lontane, sembrano non appartenere alle persone che le generano. Sono come colori, tonalità di verde come le fronde degli alberi o di azzurro come il cielo sopra il tetto della scuola. Nemmeno questo: sono impressioni dentro me, impressioni... ... ... ... ... la sommatoria di tutte le impressioni che ho ricevuto da Ningbo in questi venti minuti, da quando sono scesa dal treno. Quante ancora me ne darà! Incontrerò numerosissime persone, d’ogni tipo: vecchi, vecchine, giovani, fidanzatini, coppie, famiglie, uomini soli, donne sole, studenti... Potrò leggere sui loro volti la gioia di vivere in questa città, le speranze, i sogni, la contentezza, felicità. Poche volte m’appariranno tristi, scontenti, scuri.

Di qui si vede il lago, solo un piccolo scorcio, ma ugualmente meraviglioso. Lo Yue Hu è alimentato da... ... ... Uff! Non me lo ricordo! Un momento... Hua... Hui... Ah, sì: Hucheng He22. Un grande fiume che porta con sè enormi quantità d’acqua. Ma anch’esso alla sorgente sarà un piccolo rigagnolo. Da quale monte nascerà? Non lo so. Una grande montagna sulle cui pendici vive una foresta di bambù. Chiudo gli occhi e sento il vento che li muove: frusciano le foglie, scricchiolano e le canne, sembrano parlare lingue sconosciute come fantasmi, spiriti di un mondo complementare. Anche nelle vicinanze di Kiwa esiste una foresta e una sorgente.

Un giorno d’estate mia cugina ed io eravamo in riva al torrente nel fondo valle del Maruyama, a fare il bagno in quelle acque gelide. Ella mi disse:


Ho un grande desiderio: vorrei risalire a piedi il corso di questo rivo, fino a giungere alle sorgenti, forse fino al Shirakurayama23

Davvero?”, chiesi stupita.

Voglio proprio vedere l’acqua che zampilla dalla roccia!

Sarà lontano. Sarà molto faticoso raggiungere le sorgenti, camminando su queste rocce... Non puoi prendere la strada normale?

No. Il bello sta nell’avventura

Quando risalirai il fiume?

Non lo so, ma sicuramente lo farò!


Eravamo bambine piccolissime; ora sono passati dieci anni, ma credo che mia cugina non abbia ancora tentato l’impresa... Eravamo affascinate dall’ignoto, e volevamo scoprire tutto e per prime. Quante imprese folli! Quanto divertimento! Ricordo quella volta che decidemmo di tornare a casa dal Maruyama a Kiwa prendendo in prestito la bicicletta a tre ruote - una specie di carretto - dallo zio. Montammo io in sella ed ella sul carretto e lasciammo per sempre il fiume, il ponte, i ricordi felici. Feci un po’ fatica a pedalare ma subito fu facile perchè la strada prese a scendere verso la pianura. Andavo giù veloce, velocissima, sempre di più, noncurante dei sobbalzi e delle curve strette. Il vento mi fischiava nelle orecchie e le piante, dagli alberi all’erba appena cresciuta, mi sfrecciavano rapide di fianco agli occhi chè non ne intuivo i particolari ma solo la forma e il colore. Ad ogni curva nuove colline e nuove balze mi apparivano nel loro fresco splendore e tutto si susseguiva con tale euforica rapidità da esserne contagiata. Sorridevo ad ogni nuovo particolare, mi stupivo, gonfiavo i polmoni estasiata, urlavo di libertà:


Iahuuu!!!”.


Ma con voce bassa, temendo di essere derisa dalla mia compagna di viaggio. Alla prima esclamazione la sentii ridere, alla seconda udii un timido eco dietro di me. Gridai più forte. Gridammo insieme, come impazzite. Le case dei villaggi in fondo valle ci venivano incontro a braccia aperte, ci salutavano con i loro tetti rossi e azzurri. Tutto era una festa in quella folle corsa verso Kiwa. Solo il Maruyama era immobile, inespressivo e magno. Ad un passo dalla pazzia, era quel monte l’unico nostro punto di riferimento, il nostro guardiano e custode. Una macchia scura ben presto ci apparve. Piccoli punti neri e strisce grigie, poi tetti lucenti, poi strade, poi insegne e cartelli vivacemente colorati, poi il silenzio o il cigolio della catena del triciclo mal oliata: Kiwa.

Che bei luoghi... Ricordo un giorno di gennaio di qualche anno fa. Il cielo era sereno. La strada aveva abbandonato la pianura e si inerpicava serpeggiante su per le colline. La valle si faceva stretta e a lato le colline spuntavano innevate e scure. Terrazze e sentieri erano evidenziati dall’alternanza di neve e roccia. Arbusti bruni e sterpaglie marroncine mi accompagnavano lungo i campi ai piedi delle alture e dalle vette dal profilo addolcito immensi tralicci dell’alta tensione ci osservavano a mo’ di sentinelle. Di lontano, ancora colline, e colline ancora. Più proseguivo e più si facevano a me incontro a stuzzicarmi la curiosità di scoprire cosa vi fosse al di là d’esse. Mi sentivo rapita da tale spettacolo naturale, e mi fermavo spesso ad ammirare la molteplicità delle forme e dei colori, seppur solo tonalità di marrone e grigio. La neve che si stava sciogliendo ruscellava giù dalle scarpate e giungeva a me un suono cristallino come fosse il canto di cento fringuelli. Mi fermai ad ascoltarlo, per cancellare un poco il silenzio assoluto che mi aveva accompagnato per molti mesi. Trassi dalla borsa un taccuino e una matita e cominciai a scrivere, non ricordo, forse una poesia.

Potrei fare lo stesso adesso. Prendo il notes nella tasca del... qui, destra... Ecco. Ah, anche la penna, altrimenti come scrivo? Giro una pagina nuova. Bianca, terribilmente bianca. Ora che scrivo? Mi trovo a Ningbo, dunque scriverò di Ningbo. Cosa? Ningbo mi ha lasciato finora un senso di positività. Tutto è cominciato col viaggio in treno da Shanghai. Il treno... mmm... ... ... No, durante il viaggio ho provato solo ansia di arrivare ed avevo in mente solo il pensiero di giungere presto a casa della nonna. Nulla di positivo. La gioia. Vorrei descrivere la gioia e l’entusiasmo che questa città mi mette addosso. A Ningbo... Ho trovato la gioia... mmm... ... ... Trovato... Trova chi cerca, ma io non ho cercato gioia, piuttosto mi si è presentata innanzi. L’ho incontrata. Giusto. Ho incontrato la gioia a Ningbo. Scrivo:


A Ningbo la gioia (a capo) ho incontrato:.


Dove? A Ningbo, certo. Meglio chiedersi: in che cosa? Devo pensare a tutti i luoghi che ho visitato, e alle persone che ho incontrato. Ho pensato a Kiwa, alla mia infanzia, ma non c’è gioia in quei ricordi, solo serenità o nostalgia. Luoghi. Ben pochi. La dea di Ningbo e lo Yue Hu. La dea di Ningbo, no. E loYue Hu? Serenità perchè ero felice. Rispecchiava la mia felicità nelle sue acque. Lo descriverò dopo. Ora voglio tornare con la mente alle persone che ho incontrato per via.

Ricordo... Il nonno che accompagnava il nipote a scuola... Gli studenti... L’uomo che correva a prendere il bus... Il vecchio lanciatore di moccio... Le donne incinte... Bah, non mi ispirano. E’ difficile... Ci sarà stata una persona simpatica, che mi abbia donato positività, voglia di vivere, di andare avanti, guardare al futuro con speranza... La vecchina. La vecchina con le borse della spesa? Sì. A dispetto dell’età e degli acciacchi, proseguiva coraggiosa il suo viaggio verso casa. Non desisteva al peso delle borse, nulla poteva fermarla: tutta Ningbo la sosteneva.


La vecchia forte avanzava.


Non mi piace questo verso, nulla ha di dolce e gioioso. Così sembra un cavaliere pronto alla guerra! M’avesse almeno rivolto un sorriso... Ecco: un sorriso, di quelli che aprono il cuore e danno la forza di proseguire.


A Ningbo la gioia (a capo) ho incontrato: (a capo) nel sorriso di una vecchina, ...


Così va bene.

Quella vecchina mi ricorda la nonna, il suo temperamento. Orgogliosa, sicura di sè, sì, ma anche dolce e premurosa. Tante volte mi è tornata alla mente la nonna, oggi. Non è solo per il fatto che sto andando da lei, ma perchè ogni luogo di questa città me la ricorda.

Lo Yue Hu:


Mi portava allo Yue Hu, si sedeva su una panchina e mentre sferruzzava a maglia io giocavo con altri bambini. Domani sarò io ad accompagnare la mia nonnina al parco. Immagino già come sarà contenta, quale dolce sorriso mi regalerà... Non vedo l’ora di abbracciarla, di stringerla al mio cuore. Ogni pomeriggio mi faceva indossare un vestitino pulito perchè a lei piaceva che io fossi sempre in ordine, più carina delle altre bambine. Per raggiungere lo Yue Hu prendevamo un autobus.


Sanshi lu:


La nonna mi portava dall’Uomo delle Castagne che aveva la bottega in Sanshi lu, di fronte alla nostra casa. Ricordo ancora il profumo delle caldarroste che invadeva e permeava ogni angolo della strada, così forte e così piacevole, appetitoso.


Gioiosi ricordi... e chissà quanti altri riaffioreranno quando sarò dalla nonna! Sì, certo: ho incontrato la gioia


nel ricordo di mia nonna.


Altri pensieri mi hanno rallegrato: le speranze e i sogni per il mio futuro, la mia vita sentimentale, il desiderio di matrimonio e figli...

Marito. Che aspetto avrà mio marito? Che aspetto vorrei che avesse? Alto, forte, sicuro di sè; soprattutto che mi voglia bene, che sappia darmi sicurezza. Come farò a capire quale sarà l’uomo giusto per me? Fidanzamento, matrimonio, una casetta tutta nostra, un figlio...

Alla mia età, pensare a queste cose... Come ho fatto? I fidanzatini, forse.

Venivano verso di me due ragazzini che si tenevano per mano.


Nelle mani intrecciate (a capo) di due fidanzati.


Ho finito la prima strofa. Adesso... posso descrivere i luoghi che ho incontrato e quelli che ho ricordato. Lo Yue Hu. Kiwa, no. Il Lago della Luna...

Questo lago è stupendo! Questa grande superficie piatta ove si riflettono le immagini delle rive! Gli alberi del parco, il chiosco, e quella costruzione là sull’altra riva. Ma la superficie del lago non è piatta: è increspata. Piccole onde formate dalla brezza del mattino. Ora si calmano, ora si muovono più veloci. Come i miei pensieri in questa giornata d’estate. Un pezzo di cielo azzurro e una nuvoletta si riflettono sulla superficie del lago, ma l’immagine è distorta da piccole onde, tutte vicine e tutte uguali, rapide, veloci, silenziose.


Tutto si specchia (a capo) fra le onde blu del lago:.


Un ponte di mattoni rossi che scavalca le sponde del canale emissario. Immobile. Tre archi che si riflettono sulla superficie increspata del lago, formando tre cerchi oltre i quali si specchiano nell’acqua di color cobalto i verdi chiari delle minute foglie dei salici piangenti.


E’ il mio cuore che vola.


Semplicità e gioia nell’alzare gli occhi al cielo e smarrire lo sguardo nell’azzurro infinito fino ad essere io stessa ciò che osservo.


Nel cielo (a capo) azzurro (a capo) infinito.


Ho finito la poesia? La prima strofa ha sei versi, mentre la seconda ne ha... una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette. Non c’è corrispondenza fra le due strofe. Come fare? Vediamo... Ho scritto azzurro e infinito su due righe diverse, per prolungare l’azione. Ma in questo modo pare che l’azzurro e l’infinito siano due elementi separati, mentre è proprio il colore del cielo ad essere infinito, uguale in ogni direzione lo si guardi. Scrivo:


azzurro infinito,


senza andare a capo. Fatto. Ora anche la seconda strofa ha sei versi.

Sarà una bella poesia? La leggo:


A Ningbo la gioia

ho incontrato:

nel sorriso di una vecchina

nel ricordo di mia nonna

nelle mani intrecciate di due fidanzati.


Tutto si specchia

fra le onde blu del lago:

è il mio cuore che vola

oltre le fronde degli alberi

nel cielo

azzurro infinito.


Mi sembra che vada bene... La leggerò a Midori.


“Midori! Senti se ti piace questa poesia che ho scritto ora.


A Ningbo la gioia

ho incontrato:

nel sorriso di una vecchina

nel ricordo di mia nonna

nelle mani intrecciate di due fidanzati.


Tutto si specchia

fra le onde blu del lago:

è il mio cuore che vola

oltre le fronde degli alberi

nel cielo

azzurro infinito.


Allora, ti è piaciuta?”


Sbadiglia. Le si vede il palato rosa, il linguino dello stesso colore, che ora se lo passa sul naso. Le si vedevano pure i denti aguzzi, tutti, da primo all’ultimo. Mi guarda. Chiude gli occhi. Niente più.


“Potevi essere più discreta, però! Almeno la zampa davanti alla bocca! Mi bastava un miagolio di approvazione...”


Non mi sembrava così penosa questa poesia. Se Midori avesse studiato la avrebbe apprezzata di sicuro. A me piace molto scrivere poesie. Perchè? Non so... Per sentirmi libera, penso. Per congelare emozioni e conservarle intatte nel tempo, per ravvivare ricordi un poco sbiaditi, per condividere sentimenti con altre persone. Finora, però, solo Midori le ha ascoltate... Chi potrebbe leggerle? Le mie amiche? No: esse pensano solo ai vestiti di moda e ai bei ragazzi, non sanno che farsene di una poesia! I miei parenti? Mamma e papà? No: mi sottovaluterebbero. Mia nonna, no, non è come loro: mi incoraggerebbe a scriverne altre, più belle e forse a pubblicarle. Le mie poesie in libreria: un sogno che non si avvererà. Ma devo proprio condividere le mie poesia con la gente? No. Scrivo per me stessa, per sentirmi libera, per congelare emozioni, per ravvivare ricordi. Ne ho scritte molte. Una in particolare mi piace. L’ho composta il giorno di San Valentino:


Una rondine sola

sfiora i tetti d'ardesia

della città.


Dove andrà?

Si è posata

sui fiori d'acacia

di qualche aiola

incantata.


E' scomparsa piano piano:

non credevo fosse andata

così lontano.


Se la recito a voce alta, Midori sbadiglierà ancora... Però... vediamo... posso recitare quella del gatto... Forse non sbadiglierà. Proviamo!


Per strada un gatto

ho incontrato.

Mi ha turbato

lo sguardo di metallo:

son io forse matto

all'apparir di tanto stallo?


Sarà il magnifico occhio

e il mantello lucido:

come in uno specchio

vedo limpido

l'animo mio.

Forse egli è un dio?


Dalla strada quel gatto

se n'è andato.

Lo ha turbato

il mio segreto

o solo il fatto

che non mi son voltato indietro


Manco mi guarda.


“Midori! Ascoltami!”


Ora si è voltata. Bene. La recito un’altra volta:


Per strada un gatto

ho incontrato.

Mi ha turbato

lo sguardo di metallo:

son io forse matto

all'apparir di tanto stallo?


Sarà il magnifico occhio

e il mantello lucido:

come in uno specchio

vedo limpido

l'animo mio.

Forse egli è un dio?


Dalla strada quel gatto

se n'è andato.

Lo ha turbato

il mio segreto

o solo il fatto

che non mi son voltato indietro


Piaciuta, Midori?”


Mi guarda, intensamente, come il gatto della poesia. Non ha espressione. Cosa starà pensando. Forse... quello che descrivo nella poesia... Uh! Midori è una dea?! Mi... dori... ... ... ... ...

Ecco! Mi pianta uno sbadiglio più grande del precedente! Sembra un coccodrillo!


“Sei insensibile! Gatta ignorante! Cosa hai nella zucca? Eh? Hai solo topi e lucertole! Mai più ti reciterò una poesia!”


Rivolta il capo, non mi guarda più. Già. Che ne sai tu, Midori, di poesie, versi, accenti: sei un gatto. Che stupida: parlare con un gatto. Perdo tempo. Questa mattina ho intenzione di scrivere altre poesie, e di farle leggerle tutte alla nonna. Ella sicuramente le apprezzerà e mi darà preziosi consigli...


Brava, cara Miku! Hai scritto delle belle poesie, davvero!

Ti piacciono sul serio nonna?

Sì, molto. Soprattutto quella della gioia incontrata a Ningbo...


La mia cara nonnina... Non vedo l’ora di abbracciarla! Di ritrovare quel suo simpatico sorriso... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...

Le foglie del salice piangente si muovono al vento... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...

... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... i lunghi rami si percuotono a vicenda e s’intrecciano... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...

... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...come i miei ricordi e le mie speranze... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...

... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...Lentamente chiudo gli occhi ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... Li riapro. Tutto come prima.

Basta. E’ ora di ritornare a Sanzhi jie e riprendere il cammino verso Tian Feng Ta.

Metto il taccuino e la penna nelle tasche... Mi alzo. Ho le gambe che mi sorreggono a malapena. Sono molle. Sarà il caldo che avanza.


“Midori, andiamo!”


Si alza, mi segue. Questa volta non ho dovuto faticare a farmi obbedire... Forse l’ho criticata un po’ troppo, povera Midori... Non vorrei abbandonare questo luogo, questa panca, questo salice, questo scorcio di lago... Ma Ningbo mi attende con molte sorprese, e non voglio farla aspettare. Ningbo, arrivo! Midori è già partita, non mi ha aspettato. Quasi quasi è più eccitata lei di me. Ningbo, arriviamo!

La scuola. Il cortile. I ragazzi sono già entrati nelle loro aule. Che silenzio... Fa uno strano effetto tornare sui propri passi e rivedere luoghi familiari che poco prima erano nuovi e sconosciuti. Quanti ne dovrò ancora conoscere! Quanti ancora si aggiungeranno alla mia memoria!... ... ... Quanti si sbiadiranno col passare del tempo. Quanti me ne dimenticherò... Li posso conservare con poesie e racconti, oppure con fotografie e filmati per non perdere i più piccoli particolari. Ma sarebbero solo immagini piatte e senza vita. Calpestare il suolo, osservare intorno, essere parte di questi luoghi sono emozioni che non vengono catturate dalla pellicola. Occorre ritornare. Eppure, anche rivisitandoli, le emozioni non saranno mai uguali alle precedenti, perchè in quel lungo o corto intervallo di tempo si è cambiati ed è cambiata dunque la percezione dell’intorno. La distanza che sto percorrendo adesso è la stessa di quando sono arrivata, ma ora mi sembra più breve, anche nel tempo, perchè già conosco i particolari di ciò che mi circonda e non v’è più quell’aspettativa dell’ignoto. Mi sembra quasi di camminare più in fretta, ma non è vero.

Il cancello. Il ponte. Ponticello, ponticello caro, quando mai ti rivedrò? Piccole pietre grigie... Graziosa ringhierina... Mi mancherete, lo so. Il canale, tranquille acque. Entro nel boschetto. Non mi fa più paura, ma avverto ugualmente lo stesso freddo... Buio... Più chiaro, ora... Intravedo la luce. Sono uscita dal boschetto. Ancora il venticello che mi solleva la gonna, quella sensazione di fresco. Il cespuglio di fiori gialli. La stradina che curva. Il pesco. Quel signore di prima non c’è più. Continuo a camminare. Il sole è più caldo ma ancora sopportabile. Ancora quella sensazione di andare di fretta... Come se volessi fuggire da qualcosa... Come fossi inseguita... Non voglio rivedere cose già vissute, voglio invece scoprire nuovi luoghi. Soprattutto viverli con allegria e non tornarvi indietro. Sempre avanti, fra le strade di Ningbo, nel futuro. Per andare dalla nonna, dopo aver visitato Tian Feng Ta e gli altri luoghi, non tornerò indietro per la stessa via, ma percorrerò altre strade. Dopo essere stata a Tian Yi Ge24, percorrerò Changchun lu fino alla Dea di Ningbo, costeggerò il Lago della Luna - l’unico tratto in cui sono già transitata - poi girerò in Yinfeng lu25 fino a Zuguanshan lu26 che la percorrerò fino a Sanshi lu dove abita la nonna. Mi sembra un tragitto semplice e veloce, e se avrò perso tempo a visitare Ningbo allora al ritorno prenderò un bus. Quale bus? Non ricordo il numero... Forse il 510... o il 512... Non ricordo. Non importa, chiederò all’autista.

Tian Feng Ta. La grande torre di Ningbo. Poi Cheng Huang Miao, Tian Yi Ge. Ci vorrà tutta la mattina per visitare questi luoghi! Forse sarà meglio andare subito dalla nonna... Mi aspetterà per metà mattinata, come d’accordo; ma se giro per Ningbo, arriverò da lei solo nel primo pomeriggio... Non voglio che stia in pensiero per me, magari immaginando chissà quali disgrazie! Le telefonerò, ora. Prendo il cellulare. Sblocco la tastiera. Dovrei avere il suo numero in rubrica... Enne. Cerca. Nanase... Ning... Nonna... Nozomi... Oki... Già passata. Eccola qua: Nonna. Chiama.


Tu... Tu - tuuu... Tu - tuuu...



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